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    Intervista a Massimo Govoni

    Simona Riccio / novembre 25, 2017 / Arena Kaos, Seed&Crop

    Arena Kaos sta riuscendo nel suo intento. Siamo riusciti ad intervistare personalità provenienti dal mondo del biologico, del retail, della comunicazione e grazie alle loro opinioni abbiamo raccolto nuovi punti di vista riguardanti questo tema.

    L’obiettivo di Arena Kaos è quello di stimolare la discussione tra le parti e avvicinare le persone a conoscere sempre di più questo tema. Senza filtri e direttamente alla fonte.

    Oggi facciamo due chiacchiere con Massimo Govoni, amministratore unico di Bioqualità SG Srl, società di consulenza alle aziende agroalimentari nel settore della certificazione di qualità e nella formazione e qualificazione del personale.

    Nella seduta del 23 novembre, la Commissione agricoltura e sviluppo rurale (Comagri) del Parlamento europeo ha approvato il Regolamento Omnibus ed il Regolamento comunitario per il settore biologico con 39 voti a favore, 5 contrari nella prima votazione e con 29 voti favorevoli, 11 contrari e quattro astenuti nella seconda votazione.

    Diversi i pareri, alcuni punti sembrano essere positivi e altri negativi. Oggi ne parleremo con il Dottor Massimo Govoni, amministratore unico di Bioqualità SG Srl, società di consulenza alle aziende agroalimentari nel settore della certificazione di qualità e nella formazione e qualificazione del personale. Io e Massimo, insieme ad altre persone, abbiamo interagito molto sui social network per cercare di far chiarezza e approfondire meglio alcuni punti.

    Io: Massimo, Confagricoltura è insoddisfatta del risultato e fa emergere tre punti critici: “l’assenza di un’armonizzazione tra i vari Stati membri sulle soglie di contaminazione da sostanze non autorizzate dei prodotti biologici” e “la possibilità di commercializzare prodotto biologico, anche se contaminato da pesticidi accidentalmente”, oltre “all’introduzione di una deroga fino al 2030, periodo considerato troppo lungo, per le produzioni biologiche in serra in Finlandia, Svezia e Danimarca”. C’è poi il punto relativo alle sementi biologiche, dove “sono state previste ampie deroghe per consentire fino al 2035 l’utilizzo di sementi convenzionali”. Cosa ne pensi di questi tre punti decisamente critici, anche a mio parere, e molto importante per il biologico in Italia? Sei della stessa idea?

    Massimo: L’assenza di un’armonizzazione è sempre un grosso problema. Non favorisce il regolare scambio di prodotti sul mercato, genera confusione nella corretta interpretazione del dettato normativo e, in alcuni casi, induce alla concorrenza sleale. Sui tre argomenti che citi, considero particolarmente grave il perdurare di deroghe come quella per le sementi. Giustamente introdotta più di vent’anni fa, quando non esisteva semente bio, oggi non ha alcun senso e il suo unico effetto è di frenare lo sviluppo di questo mercato e offrire, involontariamente, il fianco a quei produttori che, approfittandone, non usano mai semente biologica nel loro processo produttivo.

    Il tema della soglia minima mi trova d’accordo. Credo anch’io sia stata un’occasione persa per introdurre un criterio migliorativo. Fissare un riferimento numerico condiviso elimina ogni problema interpretativo e rende più trasparente il sistema. Non è vero, però, che il non averlo fatto renderà peggiore il quadro generale, perché resterà quello di sempre: chi ha la soglia numerica, come l’Italia, continuerà ad averla e chi non ce l’ha farà comunque riferimento al principio sancito dal regolamento. Esattamente ciò che hanno fatto tutti gli Stati membri fino ad ora. Mi spiego meglio: non è in discussione il principio di “presenza accidentale e tecnicamente inevitabile” di un residuo (non c’è la possibilità di produrre in ambiente asettico), si tratta di trovare un accordo sul significato numerico di questa presenza, affinché si possa in modo semplice e trasparente decidere quando siamo all’interno dell’inevitabilità e quando no. E’ una questione importante perché come per tutte le questioni attinenti la natura, è l’uomo che deve adottare “convenzioni” per poter trovare una definizione condivisa della realtà che percepisce. Dire che nel biologico non ci devono essere residui significa sancire un principio teorico di impossibile applicazione senza una “convenzione condivisa” sulla definizione di “assenza”. Essa, infatti, dipenderà sempre dalla capacità d’indagine dello strumento che userò per cercare l’eventuale presenza (il limite di rilevabilità dello strumento); quindi, o facciamo fare tutte le analisi dei prodotti biologici ottenuti in tutto il mondo al CERN di Ginevra, o sarà impossibile avere un dato univoco. A questo serve la soglia.

    Infine, per quanto riguarda le produzioni in serra, non vi trovo nulla di scandaloso. Se in quei paesi le condizioni climatiche sono tali per cui l’agricoltura in serra è fondamentale, preferisco sapere che in questo modo faranno più biologico di quanto ne hanno fatto fino adesso, anche se la condizione è concedere un’eccezione rispetto all’ideale di naturalità. Ammetto che mi preme di più che si riduca l’impatto ambientale dell’uso dei fitosanitari, rispetto alla visione ideologica di una purezza assoluta del metodo biologico.

    Io: Chi non ha votato a favore dell’accorto è Paolo De Castro, primo vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento Ue, che solleva la possibilità di mettere in crisi la produzione biologica italiana visto che le disposizioni non sono in linea con i livelli di qualità italiana. Certo un grave rischio direi, cosa ne pensi?

    Massimo: Non sono d’accordo. Non pratico il catastrofismo, ma comprendo quanto sia scomoda la posizione di un politico che in Europa debba rappresentare il settore agricolo nazionale, a volte addirittura imbarazzante. Sappiamo tutti che il mercato segue logiche di sviluppo abbastanza chiare, che premiano l’innovazione e la competizione. Il sistema liberale, nei paesi europei, ha avuto il sopravvento su ogni altro modello e ha avuto tempo, secoli, per fare esperienza applicando per poi abbandonare, il principio del protezionismo. Al di là di inevitabili e ricorrenti fasi di riflusso demagogico, è consapevolezza di ogni paese evoluto che difendere i propri settori produttivi, qualsiasi essi siano, quando sono diventati obsoleti, non si può fare. Il loro declino è inevitabile. Solo sapendo innovare si resta competitivi e questo si ottiene, sappiamo anche questo, con ricerca e idee davvero nuove, fin sorprendenti, direi. Se, alla fine, un settore non è rinnovabile, lo si deve abbandonare per investire in altri. Lo sforzo innovativo, io credo, è quello che serve al settore agricolo italiano ed europeo, per scongiurare l’ipotesi peggiore, ma non ne vedo traccia. Mi pare prevalga la difesa dell’esistente, una mancanza di coraggio nel prendere atto di un declino che stiamo procrastinando da più di mezzo secolo attraverso finanziamenti pubblici necessari per integrare bilanci d’impresa fallimentari e per garantire un indotto di servizi spaventoso. Quindi, doversi nascondere dietro il dito di un accordo penalizzante per giustificare inadeguatezze strutturali, lo trovo abbastanza imbarazzante.

    Io: Nel tuo articolo su Linkedin parli di un argomento a mio avviso molto importante: il sistema di controllo e la possibilità di superare l’obbligo di almeno un controllo completo annuale delle strutture che fanno biologico. Non rischiamo di avere meno garanzie anche per i consumatori? Si fideranno ancora del prodotto bio che trovano sul mercato? Evidentemente si tenderà a consumare sempre di più il prodotto made in Italy, ma non è una soluzione direi

    Massimo: Sono d’accordo. L’effetto, emotivo, non può che essere quello di una percezione di minor garanzia. Come ho scritto, non è possibile prevedere le conseguenze di una decisione di questo tipo. Sul piano teorico, e ipotizzando un sistema di controllo perfettamente funzionante e scevro da ogni comportamento speculativo, non verrà meno la conformità del prodotto e dunque la garanzia. Il pensiero che ispira la decisione presa è che se un operatore è particolarmente virtuoso, la pressione del controllo può ridursi. Questo è giusto, saggio, e fin lapalissiano. Rispetta il principio di analisi del rischio: data una quantità finita di risorse a disposizione dell’attività di controllo, questa deve essere distribuita in modo che ve ne sia maggiormente là dove più serve.

    La comunicazione al consumatore, sempre importante, in questo caso particolare ha una funzione fondamentale. E’ necessario spiegare perché si prendono certe decisioni; distinguere tra principio ispiratore e capacità applicative. Quasi sempre la difficoltà è applicare, operativamente, i principi normativi. Essere all’altezza del proprio ruolo, di controllore in questo caso; essere all’altezza dell’ispirazione etica che ha motivato una scelta legislativa. In questo caso, quindi, non credo che il problema sia la scelta in sé. Ma, ripeto, il tempo ci darà la risposta.

    Io: Quale punto invece credi sia positivo, a favore dell’agricoltura biologica in Europa e per garantire la fiducia del consumatore, che deve essere comunque tutelato?

    Massimo: Credo sinceramente che la normativa europea sul biologico, a distanza di più di venti anni dalla sua prima stesura, sia la più valida. Ha ispirato quelle degli altri paesi e a mio avviso non è stata superata, in qualità, da nessuna di loro; quindi non vivo con apprensione le fasi di revisione perché sono convinto che lo spirito etico con il quale si affronta il tema del biologico in Europa sia sempre alto, sebbene debba rappresentare un compromesso tra esigenze realmente “centripete” dei diversi Stati membri.

    In tal senso, un elemento positivo che posso ricordare, è il principio di certificazione dei prodotti biologici provenienti da paesi Extra UE in base alla loro conformità al nostro regolamento e non secondo quello di equivalenza.

    Io: Quanto è importante che le persone siano formate ed informate sul prodotto biologico attraverso una comunicazione chiara da parte delle aziende e dalle risorse delle aziende? Quanto è importante che le aziende facciano formazione per andare a dare fiducia e rasserenare il consumatore?

    Massimo: Questo è il tema. Sono convinto dell’assoluta importanza della formazione. La conoscenza è alla base della consapevolezza e quindi dell’assunzione di responsabilità nelle proprie azioni e scelte, tutte, anche quelle di acquisto. Formazione, divulgazione e comunicazione sono essenziali; in particolare, in un settore delicato come quello dell’alimentazione, e dunque della salute. In più il biologico è un settore che coinvolge tanti piani culturali diversi che vanno ben oltre la scelta consapevole di un’alimentazione più sana. Quando ci si occupa di un settore economico che ha implicazioni così ampie e profonde da condizionare significativamente gli stili di vita di società mondiali, è chiaro che non lo possiamo fare con dilettantismo, né trascinati da fiammeggianti ideologie.

    Grazie di cuore come per la tua disponibilità

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