Dopo avere ascoltato Roberto Pinton, Segretario di AssoBio, nella tappa di Torino del Festival Del Bio il 26 maggio 2018, ho avuto la necessità di formulare 5 domande. Un grazie a Roberto per la preziosa collaborazione.

Dacci 5 motivi per i quali è importante convertirsi al Biologico?

I primi due lì dà il regolamento 834/2007 : (1) la produzione biologica è un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e (2) una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali. Il metodo di produzione biologico esplica pertanto una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale.

La situazione ambientale è compromessa.

Nel 67% delle acque superficiali e nel 33,5%% di quelle sotterranee sono stati trovati 259 pesticidi diversi, e il numero aumenta anno dopo anno, non solo erbicidi, ma anche fungicidi e insetticidi, soprattutto nelle acque sotterranee. Più di metà d’Italia è tecnicamente classificabile come deserto: l’80% dei suoli ha meno del 2% di sostanza organica, gran parte meno dell’1%.

Non si tratta di essere apocalittici, la situazione ambientale è davvero messa male, non è assolutamente più possibile lavorare senza preoccuparsi di domani. Altri punti sono (3) la tossicità dei pesticidi chimici di sintesi, sull’effetto nocivo dei quali, in particolare per i bambini (e anche per residui contenuti negli alimenti assunti dalla madre in gravidanza), viene pubblicato almeno un paio di preoccupati e preoccupanti articoli scientifici al mese, (4) l’antibiotico-resistenza indotta dall’abuso di tali farmaci negli allevamenti convenzionali, che secondo l’OMS rappresenta la maggior minaccia alla medicina odierna e, infine (5) l’assoluta non redditività delle aziende agricole convenzionali, il cui numero in vent’anni è dimezzato perché il modello produttivo non sta più in piedi (e troppe rimangono in piedi ricorrendo a pratiche odiose di sfruttamento: nelle 7.265 ispezioni dell’Inps svolte nelle aziende agricole nel 2017 sono emersi 5.222 lavoratori irregolari).

Il modello agricolo convenzionale è uno zombie, un morto che cammina, non ha futuro.

Quali sono i punti di forza ed opportunità che si colgono passando al biologico?

La copertina di una rivista statunitense di marketing rappresentava un gruppetto di adolescenti di diverse etnie e titolava: “Ecco i vostri futuri consumatori. Siete pronti?”. L’ho consumata a furia di mostrarla agli agricoltori nei corsi. Un sistema agroalimentare che pensi di poter proporre ai futuri consumatori la stessa minestra che ha proposto ai loro genitori e ai loro nonni andrà a sbattere. Bisogna programmare investimenti in linea con le attese e la domanda dei consumatori. Lo spazio più redditizio è per i prodotti di qualità, innovativi, sostenibili, in linea (o in anticipo) con le tendenze e il sentiment green dei consumatori, che è sempre più legato alla sostenibilità e alla responsabilità ed è disposto a premiare le aziende in linea coi propri valori. L’alternativa è tra produrre qualità e sgomitare sul centesimo nelle aste al ribasso.

Quali sono i punti critici che si incontrano per passare al biologico?

Ahimè, i soliti. Pesiamo per il 15% della superficie nazionale, ma sono carenti formazione e assistenza tecnica, che a noi serve altamente specializzata per accompagnare le imprese al successo nella conversione, che è il passaggio più delicato. C’è qualche segnale positivo dall’università, non fosse altro perché chi si è formato negli anni ’60 della presunta rivoluzione verde è ormai in pensione, ma la strada è lunga. E serve formare gli insegnanti degli istituti tecnici, dove, salvo lodevoli eccezioni, c’è ancora un buco. Sul versante del mercato serve una miglior organizzazione delle filiere, con piattaforme di concentrazione dei prodotti prossime alla produzione, mentre ora sono prevalentemente concentrate al centro-nord, con una buona fetta della produzione primaria che è invece nelle regioni meridionali.

Non sono originale, ma c’è sempre troppa burocrazia, una burocrazia spesso ottusa e con tutta evidenza lontana miglia dalle problematiche delle aziende. Un’azienda che entra in sistema di controllo deve compilare la notifica e il piano di produzione sul portale del Servizio Agricolo Nazionale, poi deve stampare quanto ha imputato, appiccicare delle marche da bollo e spedire il tutto con raccomandata con ricevuta di ritorno, solo perché non so più in quanti anni il ministero non si è attrezzato almeno per il pagamento dell’imposta di bollo in modo virtuale.

Nell’epoca della PEC per tutti, abbiamo 70mila e passa plichi che intasano le poste e gli archivi delle regioni, che un numero imprecisato di impiegati deve aprire, controllare che ci sia la marca da bollo e archiviare. Servono migliaia di metri cubi di stanze per archiviare informazioni già disponibili in forma digitale: una follia. Tornato in ufficio dall’ufficio di assistenza agricola dove ha imputato e dalla posta dove è andato a spedire gli stessi dati, il titolare di un frantoio che produca olio extra vergine deve imputare i dati delle sue vendite del giorno sul portale ministeriale (come tutti i frantoi) e poi deve ripetere l’imputazione sul portale dell’organismo di controllo, perché la banca dati pubblica non consente l’accesso agli organismi di controllo, che pure sono incaricati di pubblico servizio.

Non è una specificità del biologico, ma una piaga nazionale: siano pieni di database proprietari, che non parlano tra loro.

Perché mai costringere un frantoio o una riseria a duplicare le imputazioni, quando basterebbe consentire l’accesso a chi ne abbia giustificato motivo e credenziali, oppure interfacciare le piattaforme in un’architettura collaborativa o almeno sviluppare dei webservice. In un’epoca di sharing economy gestiamo le informazioni ancora con modalità borbonica. La marca da bollo ce l’abbiamo, manca solo la penna d’oca. Le cose sembrano in miglioramento (è stato avviato il percorso per rendere accessibili agli organismi di controllo le informazioni sulla banca dati dell’Ente nazionale risi), staremo a vedere.

Quali sono le figure professionali alle quali è necessario affidarsi per convertirsi al Biologico?

Dipende dalla tipologia di azienda, ovviamente a specialisti dell’agronomia nel settore primario, a tecnologi brillanti per le imprese di trasformazione, e a esperti di qualità, qualità, qualità in qualsiasi posizione della filiera. Abbiamo costituito la nuova società FederBio Servizi raggruppando alcune delle più elevate competenze in Italia da mettere a disposizione del sistema delle imprese, che si è già occupata anche di progetti molto innovativi e ambiziosi.

Per l’accesso ai mercati esteri, poi, è fondamentale il sostegno delle associazioni, che curano con le imprese e per le imprese iniziative di promozione e valorizzazione. Si sta concludendo un progetto triennale cofinanziato dalla UE grazie al quale abbiamo accompagnato le imprese in Usa, Giappone e Cina.

Abbiano costituito il consorzio European Organic Partners per gestire iniziative promozionali a livello internazionale, a fine mese avremo l’esito della domanda di un significativo finanziamento per campagne da realizzare in Italia, Francia e Germania.

 

Non credi che la comunicazione, in riferimento a quanto hai detto al Festival del Bio a Torino, debba essere maggiore rispetto a quella che è stata fatta fino ad ora iniziando da Assobio, dalle aziende e dai distributori?

La mission pricipale delle associazioni finora è stata quello di rappresentanza e tutela, con un’intensa attività di back-office nelle relazioni con ministero, Commissione, media, organizzazioni analoghe a livello internazionale.

Per intenderci, in questi giorni siamo impegnati a contrastare una circolare che dato che la sigla del ministero da MiPAAF (ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) adesso è diventata MiPAAFT (ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo), vorrebbe che tutte le aziende biologiche, ma anche quelle dei prodotti DOP e IGP, cambiassero tutte le etichette dei loro prodotti: un’altra follia, da una parte si promette taglio di burocrazia, dall’altra si pretenderebbe che le aziende (e naturalmente i consumatori: da qualche parte le risorse devono pur uscire) spendessero centinaia di milioni di EUR per rifare almeno un paio di milioni di impianti stampa… L’iniziativa è di quelle che non si vedono, ma è di grande rilievo per le aziende.

Comunque, le risorse delle associazioni vengono dai soci e servono per sostenere quello che i soci chiedono, non ci sono finanziamenti esterni.

Quando il mercato è brillante e cresce impetuosamente anno dopo anno, è inevitabile che le imprese concentrino gli investimenti su proprio brand più che sul sistema. Ma vediamo che cresce la consapevolezza di essere parte di una business community.

Ne sono esempi la Festa del Bio sostenuta da alcune imprese, la campagna Cambia la terra anch’essa sostenuta volontariamente da imprese e giunta alla seconda annualità, il progetto nel quale le principali piattaforme del comparto ortofrutticolo hanno fornito informazioni e risorse per disporre attraverso il Monitor ortofrutta affidato a Nomisma i dati analitici sull’andamento della categoria in tutti i canali.

In un prossimo futuro, quindi, si può pensare a una campagna coordinata collettiva, per la quale si può ipotizzare anche un cofinanziamento europeo che potrebbe raddoppiare il contributo delle imprese (o, se si vuole, dimezzarlo, dipende da che parte si guarda la questione).

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Simona Riccio si occupa di vendite del canale specializzato biologico. Lavora da quasi 20 anni presso una grande azienda italiana di alimenti biologici pioniera del settore da oltre quarant’anni e, in un mondo sempre più digitale e legato al mondo di internet, interpreta quotidianamente i nuovi bisogni del nuovo cliente. E’ Social Media Specialist, Project Manager del progetto biologico di Kaos Communication e Brand Ambassador Mashable Social Media Day Italy. La sua passione per la Digital Communication e per l’agricoltura biologica, soprattutto nel nuovo scenario che si è creato con l’ingresso del bio in GDO, la porta a dedicarsi a costruire nuove strategie di Digital Marketing per far si che le aziende, piccole o grandi che siano, possano comunicare al mondo il proprio valore.